Etologia cane:razze, comportamento, ereditabilità e ambiente.
EREDITÀ E COMPORTAMENTO
Il presente lavoro vuole descrivere, a grandi linee, il processo con cui si sono differenziate dal punto di vista comportamentale le diverse razze canine. I gruppi di razze saranno presi in considerazione in base alla funzione che originariamente possedevano ed era quindi perseguita nei programmi di selezione negli allevamenti. L’obiettivo del lavoro è fornire al Medico Veterinario Generalista la possibilità di informare il futuro proprietario in relazione alle caratteristiche comportamentali dei vari gruppi razziali: conoscendone l’attitudine, può essere più facile prevedere se un individuo di una data razza ha buone probabilità di adattarsi allo stile di vita del futuro proprietario ed alle aspettative di quest’ultimo. Il valore predittivo di questo tipo di valutazione è ovviamente approssimativo in quanto a fianco delle promesse genetiche di un individuo deve essere considerato il ruolo svolto dalle condizioni ambientali, come ad esempio le esperienze precoci e l’educazione messa in atto dal proprietario.
ANTONIO ANDINA
Medico Veterinario Bologna
Veterinario.it
Sisca Observer, Anno 6, Numero
2, Dicembre 2002 1
DIFFERENZIAZIONE COMPORTAMENTALE DELLA SPECIE CANIS FAMILIARIS NEL CORSO DELLA SELEZIONE DEI DIVERSI RAGGRUPPAMENTI RAZZIALI
Purtroppo solo un ridotto numero di futuri proprietari
sceglie di consultare il
Medico Veterinario prima di prendere
un cucciolo: se fosse possibile realizzare più frequentemente
una visita pre-adozione, molto probabilmente il
livello di reciproca soddisfazione nel rapporto tra proprietario
e cane sarebbe più elevato.
Il Medico Veterinario Generalista
dovrebbe essere una figura di riferimento per indirizzare
verso una scelta consapevole i futuri proprietari,
informandoli sulle necessità etologiche della specie, ridimensionando
aspettative che si rifanno a “miti e credenze
popolari”, e cercando di scoprire se nella gestione famigliare
esista la possibilità di soddisfare i fabbisogni dell’animale.
Un cane non è alla portata di tutti!
Le
razze di cani ufficialmente riconosciute sono più di
400 e variano per taglia dal kg scarso del Chihuahua all’oltre
un quintale del San Bernardo. Questa enorme variabilità
di forma e dimensione, frutto di millenni di selezione
da parte dell’uomo, si accompagna ad una pari variabilità
nell’espressione dei comportamenti tipici di specie.
È impensabile
che il lungo e articolato processo evolutivo che a
partire dal
lupo (Canis lupus) ha consentito di arrivare al
cane (Canis familiaris) in tutte le varietà che esistono oggi,
non abbia modificato in maniera diversa da razza a razza il
complesso etogramma di questo predatore.
Sono sorte in ambito scientifico diverse diatribe sull’origine
evolutiva del cane.
Dal punto di vista genetico si è potuto
riscontrare una corrispondenza quasi completa tra il
DNA di lupo e quelli di cane, sciacallo e coyote (Rispettivamente Canis lupus, C. Familiaris, C. Aureus e C. Latrans).
Studi che analizzano il DNA mitocondriale possono
supportare l’ipotesi che tutti questi animali derivino da
un antenato comune, molto simile al lupo, di cui si possono
praticamente considerare sottospecie. Lupo, cane, sciacallo
e coyote infatti sono in grado, se incrociati, di dare
prole feconda e sono contraddistinti unicamente da differenze
di natura ecologica ed etologica, oltre che morfologica
(Clutton-Brock, 1995).
Dal punto di vista sociale questi animali hanno adottato
strategie diverse, a seconda del tipo di risorse ambientali
disponibili, come anche lo stesso lupo varia la composizione
numerica del branco a seconda del tipo di prede che
deve cacciare. Lo sciacallo ed il coyote sono monogami, il
lupo può vivere solitario, in gruppi famigliari o in grandi
branchi (Abrantes, 1997), il cane a sua volta può adottare
tutte queste strategie sociali. Alcuni cani vivono agevolmente
in mute numerose senza conflitti, altri tollerano a
malapena un esemplare di sesso opposto per il periodo
dell’accoppiamento.
Per meglio comprendere il comportamento del cane è
bene analizzare le caratteristiche che oltre 12.000 anni fa
hanno fatto sì che l’uomo lo scegliesse come primo
animale
domestico.
I più antichi
reperti archeologici che possono
confermare una convivenza di uomini e cani risalgono
al periodo Mesolitico, circa 10.000 anni prima di Cristo
(Davis e Valla, 1978).
Si può ipotizzare che la prima funzione utile svolta dal
cane fosse quella di sentinella avvisatrice: i cani
selvatici/lupi avevano probabilmente cominciato a vivere
intorno agli insediamenti umani cibandosi dei residui alimentari
che reperivano nelle discariche (altra funzione
utile proprio questa di spazzini) e quando qualcuno (uomo
o animale) si avvicinava avvisavano che il territorio
era stato “invaso”. Questo servizio era sicuramente molto
utile in un mondo ancora frequentato da temibili fiere e
tribù nemiche.
La convivenza più stretta con il lupo ha permesso all’uomo
di notare la grande efficacia predatoria, spesso
frutto del lavoro di gruppo, di questo animale. Il passo
successivo della coevoluzione delle due specie è stato quello
di collaborare nella caccia e successivamente nella sorveglianza
degli armenti poiché da cacciatore-raccoglitore
l’uomo stava diventando coltivatore e allevatore.
L’uomo ha attuato un processo di selezione artificiale. Il
criterio con cui venivano scelti i soggetti che potevano accedere
alla riproduzione e acquisire così la possibilità di trasmettere
il loro corredo genetico alle generazioni successive
era quello di privilegiare i soggetti più efficaci nel lavoro.
Ciascun comportamento può essere considerato come
una sequenza di schemi motori, che ne sono le componenti
elementari. Il modo in cui ogni schema motorio viene
eseguito da un individuo è condizionato da come lo specifico
assetto genetico dello schema stesso è stato elaborato
in base all’esperienza. Comportamenti geneticamente programmati
hanno bisogno comunque di essere attivati, e
modulati, spesso in periodi critici o situazioni specifiche.
Per esempio il comportamento materno ha una forte base
istintiva, ma viene notevolmente migliorato dall’apprendimento
che ha avuto luogo in eventuali parti precedenti o
assistendo all’allevamento di cucciolate di altre femmine
(spesso la madre stessa della fattrice).
Esiste comunque un
limite oltre il quale l’ambiente non è in grado di influenzare
l’intensità con cui si manifesta un comportamento determinato
geneticamente: non è possibile far comparire repertori
assenti o cancellare quelli presenti.
Per esempio un
cane da seguita è selezionato per abbaiare durante l’inseguimento
e può tendere a farlo anche in altre circostanze
in cui è eccitato. Nel caso in cui uno di questi cani durante
la caccia non abbaiasse, sarebbe piuttosto improbabile riuscire
ad insegnarglielo in quanto la base del comportamento
è genetica.
Molti dei comportamenti del cane sono riconoscibili
nel comportamento predatorio ancestrale in cui viene eseguita
una sequenza di atti contraddistinta dalla successione
di fasi consecutive concatenate: localizzazione - sguardo
- avvicinamento - inseguimento - morso per immobilizzare
- morso per uccidere - consumo (Coppinger e Coppinger,
2001).
Si può osservare come nei comportamenti tipici delle
varie razze l’uomo abbia abilmente modulato questa sequenza
interrompendola prima del completamento, ipertrofizzandone
alcune fasi e/o sopprimendone altre.
Nelle
differenti razze gli schemi motori cambiano quindi sia per
l’effettiva presenza, che per intensità e frequenza di apparizione
(o facilità ad essere evocati).
Si possono così vedere cani che mettono in atto tutta la
sequenza, come per esempio i
segugi che trovano, scovano,
inseguono e uccidono la
volpe, o cani che arrivano all’immobilizzazione
della preda ma non la uccidono, come i
levrieri
arabi poiché il musulmano non può consumare carne
di animali non uccisi da uomini, quindi il cane deve solo immobilizzare
la preda, ma non la può finire. Alcuni cani invece
si limitano a localizzare e avvistare, poi interrompono la
sequenza predatoria esasperando la fase di avvistamento
con un’immobilità molto spettacolare come la ferma.
Attraverso la selezione è stato possibile modulare anche
l’espressione di schemi motori legati alla socializzazione ed
alla capacità di comunicare, in particolare nelle diverse
razze è stato notevolmente influenzato il comportamento
agonistico. Sostanzialmente non vi sono grosse differenze
nelle modalità con cui i cani competono, ma la variazione
è nella facilità con cui i suddetti comportamenti possono
essere evocati: alcuni cani hanno per esempio eliminato o
sensibilmente ridotto la capacità di recepire segnali di sottomissione
o di interrompere un’aggressione per preservare
la propria integrità come i
cani da combattimento o
quelli da
caccia
in tana (Scott e Fuller, 1965).
Attraverso la
selezione possono comunque anche comparire repertori
comportamentali agonistici nuovi, e per esempio è stato
ottenuto un ceppo di cani da combattimento che prima
dell’attacco colpisce con il petto l’avversario per sbilanciarlo
incrociando i soggetti che casualmente presentavano
questo comportamento (Coppinger, 2001).
Si potrebbe andare avanti all’infinito a fare esempi di
come l’uomo ha pescato a suo piacimento nel “calderone”
dei repertori comportamentali del cane isolando quei
comportamenti o quelle sequenze di schemi motori che
più gli facevano comodo.
Fino alla seconda metà dell’800 le razze che noi oggi conosciamo
praticamente non esistevano. Solo allora l’uomo
ha cominciato a mettere in atto programmi di allevamento
zootecnicamente evoluti, in cui gli individui erano isolati
sessualmente e veniva effettuata una vera e propria selezione
artificiale, registrando poi gli accoppiamenti nei libri
genealogici ed impedendo la riproduzione dei soggetti non
iscritti ai suddetti libri.
Il criterio prevalentemente utilizzato sino a quel momento
per identificare gli elementi degni di trasmettere le loro caratteristiche
alle generazioni successive era quello di scegliere
gli individui che meglio sapevano svolgere un lavoro specifico.
I caratteri morfologici il cui valore è prevalentemente
“cosmetico” come colore o lunghezza del mantello, portamento
delle orecchie o della coda e così via, sono stati presi
in seria considerazione per la prima volta in quel periodo.
Purtroppo oggi le differenze morfologiche vengono spesso
superficialmente considerate essere le uniche tra le varie razze
e la selezione si basa esageratamente su di esse a discapito
della conformazione caratteriale.
Il profilo comportamentale
di un individuo di una data razza è l’espressione di un assetto
genetico esattamente come lo possono essere caratteri
morfologici: il modo di reagire agli stimoli ambientali è in
funzione anche di una differente distribuzione e quantità dei neurotrasmettitori nelle diverse sezioni del cervello. È stato
rilevato che razze canine con tendenze reattive diverse hanno
un diverso assetto di neurotrasmettitori come la dopamina
e altre monoamine, direttamente coinvolte nell’attivazione
delle vie neuronali alla base di comportamenti come la
predazione o l’aggressione (Arons e Shoemaker, 1992).
Un
cane da lavoro porta in sé dei repertori comportamentali
notevolmente specializzati, e solidamente radicati
nel suo patrimonio genetico attraverso generazioni di incroci.
La presenza di quelle caratteristiche, apparentemente
innate è spesso definita “istinto”.
A differenza dei lupi, anche addomesticati, i cani sono
addestrabili a compiere lavori in collaborazione con l’uomo.
La possibilità di essere addestrati non è uguale in tutti
i cani. Il cane è come l’uomo una specie neotenica, cioè
che conserva anche da adulto modalità infantili di apprendere
o relazionarsi con l’ambiente e con gli altri individui
(per esempio è più facilmente portato a socializzare con
specie diverse dalla sua). La compresenza di schemi motori
adulti con quelli giovanili durante la lunga fase evolutiva
offre alle specie neoteniche una maggiore plasticità comportamentale:
l’adolescente può organizzare gli schemi
motori in sequenze nuove mescolando quelli dell’adulto
(in genere strutturati in sequenze funzionali fisse) con
quelli infantili. Si vengono ad ottenere successioni che non
erano disponibili negli schemi originari.
Di solito il processo
di apprendimento in cui comportamenti adulti vengono
messi in atto “fuori contesto” in sequenze non funzionali
al conseguimento di obiettivi apparenti viene definito
gioco. Sfruttando la sua propensione a giocare l’uomo
può far eseguire al cane gli schemi motori della specie organizzati
in nuove sequenze, ottenendo così comportamenti
per lui utili. Questo è quello che avviene nell’addestramento.
Le razze più facilmente addestrabili sono quelle
più neoteniche, quindi più plastiche nelle modalità di
apprendimento (Coppinger e Shneider, 1995).
L’addestramento può rendere massimamente produttive
le tendenze intrinseche dell’animale, “tirandole fuori” al
meglio e modulandone le modalità espressive, ma non può
in nessun modo determinare la presenza di schemi motori
che hanno una base genetica. Per esempio si può insegnare
al cane a mantenere la posizione di ferma per un tempo
più lungo, dando modo al cacciatore di organizzarsi al meglio
per sparare al selvatico, ma non si riuscirà mai a far
mettere in
ferma un cane che non ha questa tendenza.
Il cane deve spesso eseguire compiti complessi in cui la
sua libertà di esprimere i comportamenti di specie è imbrigliata
in una sequenza artificialmente controllata dall’uomo
e priva di un significato etologico. Camminare, per
esempio, è un comportamento normale per il cane, farlo a
dieci centimetri dal ginocchio sinistro del conduttore che
ha appena pronunciato le parole “Al Piede” è il frutto di
un addestramento specifico. In questi casi la valenza della
selezione artificiale è quella di privilegiare i soggetti fisicamente
meglio conformati per il compito da svolgere, e con
tendenze reattive ed emozionali le più adeguate possibile
al lavoro, che dovrà comunque essere insegnato con l’addestramento.
È stata comunque documentata l’ereditabilità di particolari
conformazioni comportamentali, anche molto specifiche
come per esempio la posizione in cui i cani Dalmata
si mettono mentre seguono la carrozza (Coren, 1996) o
l’ampiezza della curva di avvicinamento al
gregge dei Border
Collies (Coppinger, 2001). È risultato invece più difficoltoso
identificare le modalità in cui si trasmettono caratteristiche
comportamentali più complesse come quelle che
consentono di riuscire nel lavoro ai
cani da caccia, guida
per ciechi, e altro: nei diversi lavori sono state trovate effettivamente
relazioni tra le capacità performative dei genitori
e quelle dei figli, ma non sempre fisse. Probabilmente
questa relazione incostante si può spiegare considerando
il fatto che comportamenti complessi come quelli che
consentono di lavorare ai cani da cieco, o da caccia sono
risultato dell’espressione di un grande numero di geni che
si può organizzare in infinite maniere diverse, inoltre risulta
più difficile misurare e confrontare i risultati di queste
attività (Willis, 1995).
Prima di passare ad una descrizione dei comportamenti
dei vari gruppi di razze è bene mettere in chiaro il fatto
che una
classificazione di questo tipo consente di effettuare
previsioni di tipo approssimativo sull’effettivo carattere
di un individuo: il comportamento è condizionato da una
molteplicità di fattori tra cui la componente puramente
ereditaria è rilevante, ma non certo preponderante. L’ambiente
di sviluppo e gli apprendimenti, con particolare influenza
di quelli avvenuti nei periodi di sensibilità, condizionano
sicuramente l’indole e la reattività del singolo.
Il tipo di previsione che si può fare sulla base della razza
è tendenzialmente di tipo probabilistico: se noi prendiamo
per esempio 30 cuccioli di setter di tre mesi e li mettiamo
di fronte ad una quaglia noteremo che la maggior parte
tenderà a mettersi in ferma, ma è improbabile che lo facciano
tutti, e quelli che non fermano rimangono comunque
dei setter.
Nel momento in cui si decide di adottare un cane di razza
bisogna prendere in considerazione anche diversi altri
fattori come sesso, taglia, e similitudine tra la vocazione
originaria ed il reale utilizzo che se ne farà.
Razze Cani
Sono presenti tutte le razze canine riconosciute dall' FCI, Federazione Cinologica Internazionale: Cane corso, Golden retriever, Labrador Retriever, Boxer, Bracco Italiano, Briquet griffon vendeen, Cane da pastore abruzzese, Alani, Alaskan malamute, Basenji, Fila Brasileiro, Bouledougle francese, Affenpinscher, Airedale terrier, Airegeois, Australian terrier, Barbone nano(bianco, nero, marrone, grigio), Bassethound, Beagle, Bullmastiff, Bulldog inglese, Bovaro del Bernese, Bovaro dell'Appenzell, Cani da pastore Belga a pelo duro, Cani da pastore Belga a pelo lungo nero, Cani da pastore Belga di altri colori, Briquet griffon vendeen, Bracco portoghese, Bracco di burgos, Bracco ungherese, Bracco belga, Bracco di San Germano, Bracco d'Ariege, Bracco del Borbonese, Bracco blu D' Avernia, Bracco dupny, Bracco francese, Bracco italiano bianco-arancio e roano-marrone, Begdlington terrier, Carlino, Bull terrier, Chihuahua, Cane nudo, Dalmatian, Bichon a poil frise, Chowchow, Mastino spagnolo, Cane di San bernardo, Cane da pastore tedesco, Bearded collie, Border terrier, Barbet, Billy, Staffordshire bull terrier, Levriero persiano(Saluki), Rottweiler, Weimaraner, Whippet, Bovaro delle Fiandre, Levriero afgano, Levriero russo, Levriero inglese(Greyhound), Levriero irlandese, Piccolo levriero italiano, Corgi, Pinscher e Zwergpinscher, Dogue de Bordeaux, Maltese, Mastiff, Cavalier King Charles, Spaniel, Pastori di Brie, Terranova, Boston terrier, Flat coated retriever, Lhasa apso, Setter gordon (setters cozzese), Terrier nero russo, Akita Inu, Cane d'acqua portoghese a pelo riccio, Cane d'acqua portoghese a pelo ondulato, Cirneco dell'Etna, Setter inglese, American Staffordshire terrier, Cane da pastore delle beauce (beauceron), Cocker (coker spaniel inglesi), Epagneul breton, Schipperkee, Shih-tzu, Barbone grande mole(bianco, nero, marrone, grigio), Barbone media mole(bianco, nero, marrone, grigio), Cani da pastore Belga a pelo corto senza distinzione di colore, Bassotto tedesco a pelo corto,lungo e duro.